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«Non
è molto ciò che mi è accaduto, ma è molto ciò che ho letto»
scrive Jorge Luis Borges nella premessa al suo libro L'artefice (1960).
Questa
affermazione del grande narratore argentino potrebbe valere,
almeno nella sua seconda parte, per Il nome della rosa. Lo
stesso Eco parla di «storia di libri» (p. 15), «centone», «immenso
acrostico» (p. 503). Nelle Postille del 1983
definisce il libro un collage post-moderno, e parla
del montaggio come ricetta per la creazione di un best seller.
In
effetti nessun critico è finora riuscito a individuare la totalità
dei prestiti, delle citazioni, dei rimandi e dei parallelismi
presenti nel romanzo, e probabilmente, fino a quando Eco non renderà
pubblico il suo schedario, molti brani rimarranno misteriosi. In
ogni modo il gioco letterario della ricerca delle fonti fiorisce
un po' dappertutto; e il lettore colto può accrescere il proprio
piacere rintracciando sempre nuovi rimandi e prestiti.
Questi
prestiti non riguardano soltanto testi rari o di altri autori, ma
anche l'aspetto più propriamente compositivo del romanzo. Si può
riscontrare, infatti, un'analogia con il Doktor Faustus (1947) di Thomas Mann, dove l'anziano Serenus Zeitblom racconta
retrospettivamente la storia della sua vita e le trascorse
esperienze all'amico Adrian Leverkühn.
In
Eco i riferimenti a testi del passato non hanno soltanto lo scopo di
dar vita a un quiz letterario; egli si mostra piuttosto paladino di
una concezione del romanzo, l'intertestualità, che trova ampio
riscontro sia nella letteratura moderna che in quella
contemporanea. Secondo quest'idea i libri non nascono in un vuoto
letterario o culturale, ma si pongono in rapporto alla somma delle
tradizioni e dei precedenti. Nei lavori teorici lo stesso Eco si è
ripetutamente occupato del problema, poi ampiamente sviluppato nel
suo romanzo.
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I
testi rivestono nel romanzo di Eco un ruolo notevole, che si
manifesta nei modi più diversi. Un ruolo concreto hanno i libri e
le pergamene custoditi nella biblioteca del monastero, la quale,
oltre a garantirne la conservazione, è concepita in modo da tenere
i libri fuori della portata dei lettori non autorizzati. Questi
tesori sono registrati nel catalogo, che, pur accessibile agli
utenti della biblioteca, è fatto di indicazioni decodificabili solo
da parte di pochi iniziati: l'abate, il bibliotecario e il suo
aiuto.
Le
modalità di trasmissione delle informazioni relative alla
biblioteca hanno una notevole importanza nell'intrigo poliziesco del
romanzo. Il catalogo fornisce infatti non soltanto un'idea del ricco
inventario della biblioteca, ma anche, purché lo si sappia leggere,
interessanti informazioni sulla storia della biblioteca stessa:
dal catalogo Guglielmo trarrà indicazioni decisive per la soluzione
del caso. Dalle indagini relative al catalogo si possono ricavare
inoltre informazioni specialistiche, valide per ogni epoca, relative
all'organizzazione interna di questo strumento. Analogamente,
infatti, il catalogo storico della biblioteca di Alessandria, i
Pinakes di Callimaco, era universalmente noto come sistema di
classificazione della letteratura greca.
Non
è privo di significato che la conclusione catastrofica della
vicenda non sia la morte di Jorge ma il rogo della biblioteca e del
monastero, con un chiaro rimando sia alla fine del mondo
preannunciata dall'Apocalisse
sia alla distruzione storica della biblioteca di Alessandria e al
modello letterario di Auto da
fé di Elias Canetti. Nel libro di Canetti il responsabile
dell'incendio dei libri è un dotto bibliomane che, proprio come
Jorge, prima di morire tra le fiamme scoppia in una sonora risata:
«Quando finalmente le fiamme lo raggiunsero, ride forte, come non
ha mai riso in tutta la sua vita» (E. Canetti, Auto da fé, p. 495; cfr. Il nome
della rosa, p. 483).
Della
grande raccolta di libri, che l'autore definisce «la più grande
biblioteca della cristianità» (p. 494), non rimangono che pochi
brandelli di carta: Adso li raccoglierà molti anni dopo, tornando
sul luogo della vicenda; e con questi, una volta tornato a Melk,
creerà una sorta di biblioteca minore, immaginaria, in memoria di
quella del monastero, distrutta dalle fiamme.
Il
monastero non è soltanto il luogo in cui si raccolgono i libri per
conservarli, ve ne vengono anche prodotti di nuovi. Nello scriptorium
i monaci si occupano della compilazione di testi dotti,
copiano manoscritti e ne eseguono la decorazione artistica con
iniziali e miniature. La descrizione delle singole fasi della
lavorazione offre una vivida immagine della produzione del libro nel
Medioevo.
In
definitiva il vero scopo dei libri non è tanto quello di essere
scrupolosamente conservati, quanto quello di essere sottoposti a
una lettura critica, in modo che i loro contenuti possano dare
spunto a un confronto intellettuale. Proprio questo aspetto
risulta essere visibilmente limitato nella biblioteca del monastero:
i monaci non hanno facile accesso ai libri. È il bibliotecario, se
non addirittura l'abate, a decidere se concedere o no i libri
richiesti, e in tal modo la curiosità intellettuale viene costretta
entro limiti angusti. Alcuni giovani monaci insorgono contro queste
limitazioni, poiché proprio i libri proibiti sono quelli che
destano maggiore interesse; le loro discussioni, aspramente
biasimate da Jorge, vertono su argomenti ritenuti tabù.
Uno
in particolare è il libro più ambito, ma nessuno sa esattamente
chi ne sia l'autore e di che cosa tratti, finché Guglielmo giunge a
capire che l'opera ricercata non è altro che il secondo libro della
Poetica di Aristotele,
dedicato alla commedia. Di questo libro si dice più volte che la
sua lettura avvelena il lettore. Secondo Jorge, per due motivi: in
senso spirituale perché, liberandolo dalle costrizioni dogmatiche
con l'aiuto del riso, conferma l'uomo nella sua autonomia; in senso
materiale perché il lettore, contagiato mentalmente, si avvelena
anche nel corpo, fino a morire. Come la ricerca del libro è il filo
rosso della vicenda poliziesca, così la Premessa al romanzo,
intitolata non a caso Naturalmente, un manoscritto,
si incentra su un testo che l'autore, dopo averlo perduto e a
lungo cercato, ha scoperto e tradotto. In questa premessa è
contenuta la storia del manoscritto, in un intricato rapporto con
altri libri reali e immaginari. Il romanzo si fonda in gran parte
sulla riproduzione di questo manoscritto, tanto che la storia
poliziesca finisce per essere una sorta di libro nel libro.
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Com'è
vero che il libro nel libro parla di «cosa sia avvenuto tra uomini
che vivono tra i libri, coi libri, dei libri» (pp. 119-129), il
testo che narra la storia può essere definito un testo fatto di
testi. Ciò significa che molti brani, anche lunghi, non
appartengono alla penna di Eco: l'autore li ha presi in prestito da
opere preesistenti, rielaborandoli in modo personale e realizzando
una sorta di puzzle linguistico. Questo procedimento è una
concretizzazione del concetto teorico della dipendenza di un testo
da altri, concetto del resto ribadito dagli stessi protagonisti
della vicenda. Prima di tutto da Guglielmo, quando spiega ad Adso:
«Spesso i libri parlano di altri libri». E più avanti: «Sino ad
allora avevo pensato che ogni libro parlasse delle cose, umane o
divine, che stanno fuori dai libri. Ora mi avvedo che non di rado i
libri parlano di libri, ovvero è come si parlassero tra loro» (p.
289).
Il
numero di testi di altri autori presenti nel romanzo di Eco sotto
forma di citazione, imitazione più o meno fedele o vago ricordo, è
davvero considerevole. Accenneremo solo ad alcuni esempi, tenendo
presente la necessaria distinzione fra i prestiti forniti di
contrassegno, la cui presenza viene cioè comunicata al lettore
tramite la citazione dell'autore o del titolo, e i prestiti anonimi,
la cui identificazione è lasciata all'intuito di chi legge.
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