I PERSONAGGI

Adso da Melk

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il giovane Adso come veggente

«Porti un nome grande e bellissimo. Sai chi fu Adso Montier-en-Der?» (p. 91).

Naturalmente il novizio Adso non è in grado di rispon­dere alla domanda quasi retorica di Jorge da Burgos, il bibliotecario cieco, e perciò gli viene spiegato: «Fu l'autore di un libro grande e tremendo, il Libellus de Anticristo, cui egli vide cose che sarebbero accadute... » (p. 91).

Le qualità visionarie del benedettino diciottenne Adso, figlio di un barone bavarese alla corte di re Ludovico, affidato alla custodia del francescano Guglielmo per consiglio di Marsilio da Padova, sono notevoli. Non senza compiacimento, cronista ormai ottantenne, riferisce di aver intuito già al primo sguardo che le possenti mura del monastero sarebbero state teatro di futuri eventi (pp. 30, 56).

Un'altra visione lo coglie mentre ammira il timpano sul portale della chiesa (p. 49 sg.): Adso si crede nella valle del Giudizio Universale e come l'apostolo Giovanni ode la voce di Dio che gli parla: «Quello che vedi scrivilo in un libro! (E questo ora sto facendo)», assicura il vecchio Adso, che nell'isolamento del monastero di Melk adempie il suo dovere di cronista scrivendo Il nome della rosa. Non a torto Umberto Eco ha dato al suo io-narrante Adso il nome dello storico abate Adso da Montier-en-Der, autore del profetico e apocalittico Libro dell'Anticristo (954) il cui influsso, ancora vivo, non manca di esercitarsi perfino sul pensiero di Adso da Melk, che alle soglie della morte vede avvicinarsi «la grande tenebra sul mondo incanutito» (p. 503).

Molti scritti mistici hanno profon­damente turbato il sensibile adolescente e plasmato le sue capacità visionarie. Durante le escursioni notturne nel labirinto della biblioteca, Adso è sopraffatto da visioni apocalittiche. La donna dai seni nudi dell'Apocalisse si muta davanti ai suoi occhi nella grande meretrice di Babilonia, nella Vergine Maria e infine nella bella Marghe­rita, compagna di fra Dolcino, morta sul rogo (p. 244).

Subito dopo appare ad Adso una bellissima ragazza in carne e ossa. Egli vive la sua prima (e ultima) storia d'amore, e nella pena per la ragazza scomparsa vede tutto il regno naturale animato dalla presenza dell'amata. E di nuovo si adempie una delle sue visioni: la ragazza viene catturata dall'inquisitore Bernardo Gui e bruciata come eretica.

Quando Adso sente in chiesa i monaci intonare il Dies Irae, l'inno sul Giudizio Universale scritto dal francescano Tommaso da Celano, si addormenta e ha una visione in cui gli eventi dell'Apocalisse vengono stravolti, trasposti in un mondo rovesciato. Proprio l'interpretazione di questi segni onirici conduce Guglielmo sulla pista giusta, cioè nel Finis Africae, permettendogli di risolvere il mistero.

Saranno i nervi sovreccitati dell'ignaro Adso, - alias dr. Watson - a fornire al suo signore e maestro Guglielmo - alias Sherlock Holmes -, tanto intelligente e perspicace, l'indicazione decisiva.

 

Il vecchio Adso come cronista

Sulla traccia delle teorie del suo ex maestro Guglielmo, Adso vuole registrare gli eventi del tardo autunno 1327 «come segni di segni» (p. 19), affinché i posteri possano decifrarli. Tuttavia egli non ha fatto proprie le opinioni scientifiche e filosofiche del suo maestro, e suoi modelli sono Tommaso d'Aquino, Bernardo di Chiaravalle e Dioni­gi Areopagita. Disquisendo sugli attributi della bellezza, Adso cita alla lettera Tommaso d'Aquino, mentre le sue convinzioni filosofico-teologiche sono caratterizzate dal continuo ricorso alla metafora della luce come è espressa negli scritti di Dionigi Areopagita e di Bernardo di Chiaravalle. Come san Bernardo, Adso critica l'orgoglio della conoscenza, la curiosità, la cupidigia di sapere (pp. 186 sg., 398, 501: «Prego sempre che Dio abbia accolto la sua anima e gli abbia perdonato i molti atti d'orgoglio che la sua fierezza intellettuale gli aveva fatto commettere»). Bernardo inse­gnava: «Non sta bene prestare orecchio a cose nuove e superficiali; si deve invece ascoltare le cose antiche e autentiche, che accrescono l'onore della Chiesa e si addicono alla dignità ecclesiale».

Nello scrivere il suo libro, Adso ricostruisce una «biblioteca minore, segno di quella maggiore scomparsa, una biblioteca fatta di brani, di citazioni, periodi incompiuti, moncherini di libri» (p. 502). Poi è sopraffatto dal sentimento malinconico e doloroso della caducità del mondo e della vita: «Est ubi gloria nunc Babylonia» (p. 503). In ogni modo, anche se tutto appare privo di senso (p. 503), Adso trova conforto nelle promesse mistiche di Dionigi Areopagita e Meister Eckhart: «Sprofonderò nella tenebra divina, in un silenzio muto e in una unione ineffabile, e in questo sprofondarsi andrà perduta ogni eguaglianza e ogni disu­guaglianza, e in quell'abisso il mio spirito perderà se stesso, e non conoscerà né l'uguale, né il disuguale, né altro» (p. 503). (torna su)

Guglielmo da Baskerville

Guglielmo da Baskerville è il vero eroe del romanzo. È un personaggio ambiguo, attuale, con i piedi nel Medio­evo e la testa nell'età moderna, se non addirittura nel pre­sente. Il nome gli deriva da Guglielmo di Occam, grande autorità e suo modello; l'appellativo gli viene dal famoso episodio di Sherlock Holmes, Il mastino dei Baskerville. Come Sherlock Holmes, Guglielmo è un detective insuperabile; anche i1 suo aspetto esteriore annuncia analogie con quello del personaggio di Conan Doyle. Ma possiede anche un altro famoso antenato, Roger Aubrey Baskerville Mynors, erudito medievale studioso di Beda. Il venerabile Beda, monaco anglosassone (672-735), dedicò la propria vita alla scienza e fu uno dei maggiori eruditi del suo tempo. Il nome Baskerville ha infine un ultimo sottofondo allusivo: è il nome attribuito a un carattere tipografico, dal tipografo inglese John Baskerville (1706-75).

Guglielmo da Baskerville, francescano, attorno ai cinquanta anni d'età, incaricato di una missione imperiale (p. 37), riceve dall'abate Abbone il compito di far luce sui crimini verificatisi nell'abbazia. Ex inquisitore, Guglielmo sembra possederne la capacità. Non ha dimenticato il principio secondo il quale «bisogna battere sui più deboli e nel momento della loro maggiore debolezza» (p. 118). Dopo essersi reso conto che le debolezze dei malvagi sono le stesse dei santi, ha abbandonato l'attività di inquisitore e s è dedicato allo studio delle scienze naturali nella città di Oxford, suo luogo natale (p. 67 sgg.). Qui ha conosciuto Marsilio da Padova, è diventato discepolo di Ruggero Bacone (p. 71) e ha avuto innumerevoli discussioni col suo amico Guglielmo di Occam (p. 209).

 

Guglielmo da Baskerville e Marsilio da Padova

Che Guglielmo condivida le teorie politiche di Marsilio da Padova appare evidente quando illustra ai legati pontifici là sua concezione del potere temporale, citando a proprio sostegno il Defensor Pacis di Marsilio (p. 356 sgg.).

 

Guglielmo da Baskerville e Ruggero Bacone

Da Ruggero Bacone, Guglielmo ha ereditato l'interesse per le macchine straordinarie. È orgoglioso dei suoi occhiali - la più recente conquista tecnica del suo tempo -, e soprattutto di essere riuscito a costruire un compas­so. Inoltre, come Ruggero Bacone, Guglielmo ha fede nella ragione e crede (per lungo tempo) alla possibilità di spiegare il mondo tramite dimostrazioni logiche: deve esistere una norma in base alla quale si possa risalire dagli effetti alle cause. Si tratta del metodo induttivo che Guglielmo adotta  di preferenza quando deve spiegare un crimine. In nome di Bacone, Guglielmo crede che la nuova scienza della natura possa trasformare e migliorare il mondo (p. 209).

 

Guglielmo da Baskerville e Guglielmo d'Occam

Il pensiero del francescano Guglielmo da Baskerville è influenzato dalle concezioni filosofiche del suo confratello e amico Guglielmo d'Occam. Da Occam, Guglielmo ha ripreso il nominalismo. Se si pensa che come inquisitore Guglielmo doveva essere stato sicuramente un sostenitore del realismo è evidente che in seguito egli ha subìto una notevole metamorfosi: da falco cattolico, custode della purezza della fede, a colomba libera pensatrice nel campo imperiale. Il dogmatico si è trasformato in uno scettico che, al momento della separazione, affida al discepolo Adso il succo della propria esperienza: «Temi, Adso, i profeti della verità e coloro disposti a morire per la verità» (p. 494). È un credo che affonda le sue radici nella filosofia nominali­stica di Guglielmo, la quale diffida delle idee, nega la loro validità universale e pone al centro l'unicità delle singole cose e degli esseri viventi (p. 37).

I profeti della verità temono il riso e lo vietano, e occultano il secondo libro della Poetica aristotelica sulla commedia (cfr. Jorge). Guglielmo si propone di scoprire e recuperare questo tesoro per riconquistare alla ragione la potenza del riso. Nel suo lavoro di investigatore egli si serve, per leggere e interpretare le tracce e i segni, di tutti e tre i metodi logici:

 

Metodo deduttivo

Regola: Tutti i libri contenuti nel Finis Africae sono pericolose menzogne.

Caso: Questi libri sono contenuti nel Finis Africae.

Risultato: Questi libri sono pericolose menzogne.

 

Metodo induttivo

Caso: Questi libri sono contenuti nel Finis Africae.

Risultato: Questi libri sono pericolose menzogne.

Regola: Tutti i libri contenuti nel Finis Africae sono pericolose menzogne.

 

Metodo abduttivo

Regola: Tutti i libri contenuti nel Finis Africae sono pericolose menzogne.

Risultato: Questi libri sono pericolose menzogne.

Caso: Questi libri sono contenuti nel Finis Africae.

 

Il metodo abduttivo formula un'ipotesi e da essa deduce una conclusione verosimile.

Ma, nonostante l'applicazione dei tre metodi logici, Guglielmo fallisce doppiamente: non riesce né a evitare altri omicidi né a salvare il libro di Aristotele. Il modello di ragionamento da lui seguito è sbagliato: ha creduto infatti, secondo la tradizione filosofica realistica medievale, che tutti i delitti seguissero una regola, che essi fossero segni di un sistema. Troppo tardi si accorge che il suo modello è falso (pp. 473-74), che non esiste nessuna regola a nessun sistema in grado di spiegare tutto. (p. 495). (torna su)

Jorge da Burgos

Jorge da Burgos, il vegliardo cieco, è il vero sovrano della labirintica biblioteca. Il bibliotecario ufficiale, Malachia, è solo un uomo di paglia, asservito alla sua volontà.

La figura sinistra di Jorge domina l'abbazia con la sua presenza: come predicatore apocalittico e come inflessibile difensore delle regole dell'ordine. Solo lui è al corrente di tutti i segreti della biblioteca, conosce tutti i libri, custodisce e protegge il sapere.

Jorge assomiglia al bibliotecario della Biblioteca di Babele di Jorge Luis Borges, che ha trovato in un esagono segreto della biblioteca il libro totale, il libro che contiene tutti gli altri libri, e così è diventato simile a Dio.

Jorge Luis Borges (1899-1986), direttore della Biblioteca Nacional di Buenos Aires fino al 1973 e colpito in seguito da cecità, ha rappresentato nei suoi racconti il mondo come un labirinto. È evidente che l'intero romanzo ha subìto l'influenza del mondo spirituale di Borges.

Nessun altro monaco è in grado di riconoscere con la stessa lucidità del veggente cieco Jorge i reali pericoli che corre l'abbazia: «Quanto è avvenuto tra queste mura altro non adombra che la vicenda stessa del secolo in cui viviamo» (p. 403). Perciò egli combatte tutto ciò che è nuovo e difende la tradizione. Nelle questioni filosofiche, Jorge si appella all'autorità di Bernardo di Chiaravalle, che cita spesso, per esempio quando condanna le miniature del defunto pittore Adelmo, che mostrano esseri mostruosi e fantastici in un “mondo rovesciato” (p. 88 sgg.).

Nella sua impressionante predica quaresimale Jorge attribuisce all'orgoglio del potere, della ricchezza e della sapienza la responsabilità dei crimini (p. 401 sgg.).

Come Bernardo di Chiaravalle, Jorge professa la filoso­fia del realismo: «Quando si dubita occorre rivolgersi a un'autorità, alle parole di un padre o di un dottore, e cessa ogni ragione di dubbio» (p. 139). Chi vuole verificare la verità dei dogmi cristiani per mezzo della ragione, come il nominalista Abelardo, è un pericoloso nemico.

Di conseguenza Jorge opera una distinzione tra libri Veritieri e libri che contengono la menzogna. Fra questi ultimi egli annovera gli scritti pagani, ovvero arabi, in primo luogo le opere di Averroè e dei suoi seguaci occidentali, nonché il secondo libro della Poetica di Aristotele, che tratta della commedia e del riso. Jorge nasconde quest'opera pericolosa, causa prima degli omicidi nel finis Africae: giacché ove il riso venga innalzato al rango di scienza, scompare il timore del diavolo, e ciò potrebbe portare a uno sconvolgimento totale del mondo: la risata critica come filosofia della rivoluzione permanen­te. Jorge cerca di impedire tutto questo appellandosi alle autorità antiche. Come monito egli rievoca le regole di san Benedetto, che fra l'altro vietano il riso: «preservare la bocca dai discorsi cattivi e insensati. Non lasciarsi andare a discorsi lunghi. Non concedersi conversazioni vuote e buffonerie. Evitare di ridere molto e troppo rumorosamente. Bandire e condannare sempre e ovunque il cicaleccio superficiale e ozioso o che induce al riso». E come «decimo gradino dell'umiltà» la regola esige di «evitare di essere ben disposti e pronti al riso, perché sta scritto: il riso abbonda sulla bocca degli sciocchi».

Quando non è più in grado di evitare la catastrofe, alla scoperta del testo aristotelico sul riso, ritenuto scomparso e invece esistente, Jorge si trasforma nell'Anticristo, prorompe in una risata diabolica e divora il libro, affinché ciò che vi è scritto rimanga solo dentro di lui. L'allusione all'Apocalis­se di Giovanni, 10,10, è evidente: «E presi il libro dalla mano dell'angelo e lo divorai, ed era nella mia bocca dolce come il miele; ma quando l'ebbi inghiottito, fu amareggiato il mio ventre».

Secondo una leggenda il filosofo Avicenna avrebbe dato fuoco, nel 998, alla biblioteca di Buchara, unica nel suo genere, per restare - solo al mondo - in possesso della scienza in essa contenuta. (torna su)

Abbone da Fossanova

Nel 1274 Tommaso d'Aquino moriva nel monastero di Fossanova. Una leggenda narra che il suo pesante cadave­re poté essere trasportato giù per la scala a chiocciola solo a costo di enormi sforzi. Eco attribuisce questa impresa ad Abbone da Fossanova.

Sulla scelta del nome non sembra importante il fatto che sia esistito nel IX secolo un Abbone di St. Germani oppure, un secolo dopo, un Abbone da Fleury, precursore della riforma monastica, quanto il fatto che il binomio “abate Abbine” suoni adeguato a indicare l'abate per eccellenza antonomasia.

Il modello storico di Abbone da Fossanova è comunque l’abate Suger di St. Denis. Senza essere consigliere dell'imperatore, Abbone è pur sempre un suo simpatizzante (p. 152) e, come Suger, è famoso per l'abilità diplomatica: e infatti la sua abbazia è stata scelta per l'incontro tra la delegazione papale e quella imperiale. Al pari del suo modello, egli preferisce tenersi fuori dalle controversie politiche, poiché ciò che a lui, come a Suger, sta più a cuore, sono la fama e lo splendore dell'abbazia. Contrariamente a Jorge/Bernardo, Abbone/Suger non condanna le mostruose miniature del defunto Adelmo (p. 40), in quanto si rifanno entrambi a sant'Agostino.

La chiesa che l'abate Suger consacrò nel 1144 è il primo fondamentale esempio di architettura gotica, e sta alle origini di una lunga evoluzione architettonica. La chiesa abbaziale di Abbone mostra solo alcuni particolari stilistici «moderni» (gotici), ma la grande sala dello scriptorium è caratterizzata dalla metafora, tipicamente gotica, della luce. Spiegando il principio spirituale rappresentato dalla luce, Abbone cita quasi alla lettera, pur senza nominarlo, sant'Agostino (p. 80). La smania del lusso e l'orgoglio per la ricchezza dell'abbazia nutriti da Abbone hanno un loro preciso precedente in Suger. Lo splendore e la bellezza dell'oro e delle pietre preziose riflettono lo splendore e la bellezza di Dio. L'autorità cui si ispira Abbone/Suger è lo pseudo Dionigi Areopagita, vissuto attorno al 600. (torna su)

Ubertino da Casale

Il personaggio di Ubertino da Casale corrisponde esatta­mente al modello storico. Eco ha solo spostato in avanti di due anni la sua fuga dalla corte di Ludovico il Bavaro.

Ubertino, cui la presenza del novizio Adso arreca un'evidente gioia, viene descritto come un mistico estatico.

Verso il 1140 il monaco cluniacense Bernardo da Morlay (Morlas) aveva criticato nel suo trattato De contemptu onundi la malvagità del mondo e degli uomini, in particola­re della donna, «...nata da seme più turpe, concepita nella lussuria». Tormentato da queste immagini il vecchio ammonisce il ragazzo affinché si guardi dalla concupiscen­za: «Perché ricorda, è attraverso la donna che il diavolo penetra nel cuore degli uomini!» (p. 2,28). Il disprezzo dell'amore carnale ha spiritualizzato Ubertino fino a farne un mistico devoto di Maria, secondo l'insegnamento di Bernardo di Chiaravalle.

Ubertino da Casale sembra trascorrere le sue giornate nel monastero prostrato ai piedi di una statua gotica della Madonna posta in un angolo della chiesa, statua che, secondo la descrizione di Adso, sembra emanare un'aura fortemente erotica: «… dal sorriso ineffabile, il ventre prominente, il bambino in braccio, con un sottile corsetto» (p. 56). Questa Vergine Maria, il cui simbolo è la rosa, assomiglia in modo stupefacente alla Madonna col bambi­no (c. 1450) di Jean Fouquet (vedi l'immagine).

Se si pensa che gli spirituali - ai quali apparteneva Ubertino - avevano fama di intrattenere rapporti lascivi con le donne, la sua mistica venerazione mariana non può non assumere un tono equivoco. I suoi ex correligionari, Salvatore e il cellario Remigio da Varagine, continuano a commettere peccati di lussuria anche nel monastero. (torna su)

Malachia da Hildesheim

Malachia, il quale ignora il greco e l'arabo e soprattutto non conosce la natura del libro da lui così gelosamente sorvegliato (p. 422), è il bibliotecario ufficiale: in realtà il vero sovrano del labirintico regno dei libri è Jorge.

Per la descrizione di Malachia (p. 81), Eco si è ispirato alla figura del malvagio monaco italiano Schedoni, un personaggio del romanzo L'Italiano o il confessionale dei penitenti neri (1797), capolavoro di Ann Radcliffe, o - secondo un'altra ipotesi - potrebbe aver utilizzato una citazione tratta da La carne, la morte e il diavolo di Mario Praz. (torna su)

Salvatore

Nel chiuso microcosmo dell'abbazia benedettina Salvatore rappresenta l'outsider, il “diverso”. Tra i suoi compiti, c’è quello di aprire di nascosto le porte dell'abbazia al mondo esterno per procurare giovani fanciulle a monaci viziosi. Viene sorpreso in tale occupazione proprio da Bernardo Gui, e quindi condannato per eresia e consegnato al braccio secolare per essere bruciato sul rogo. Anche la ragazza subisce lo stesso destino: i “diversi” turbano l'ordine vigente e devono perciò essere allontanati ed eliminati.

Il personaggio, chiamato ironicamente con l'appellativo di Cristo - Salvatore -, è doppiamente “diverso”: per il suo aspetto e per le sue convinzioni. Somiglia più ai mostri dipinti dal defunto Adelmo che a un essere umano; da come lo descrive Adso - e perfino l'illuminato Guglielmo dice che gli sembra un animale (p. 71) - potrebbe benissimo essere il diavolo in persona o l'incarnazione dell’Anticristo (pp. 53-54).

La storia della vita di Salvatore (p. 190 sg.), fatta in continue peregrinazioni, non ha niente di insolito, anzi è piuttosto tipica della massa di nullatenenti all'inizio del XIV secolo. Dal fondo di quella povertà si fa strada in Salvatore l'aspirazione a un mondo diverso, una specie di paese di Cuccagna (p. 192). La pancia vuota, e non la teologia, lo trasforma in un eretico vagante. Il linguaggio di Salvatore conserva le tracce delle tappe della sua vita: un miscuglio da torre di Babele, composto da frammenti  di lingue romanze.

 

«Penitenziagite! Vide quando draco venturus est a rodegarla l'anima tua! La mortz est super nos! Prega che vene lo papa santo a liberar nos a malo de todas le peccata! Ah ah, ve piase ista negromanzia de Domini Nostri Jesu Christi! Et anco jois m'es dols e plazer m'es dolors... Cave el diabolo! Semper m'aguaita in qualche canto per adentarme le carcagna. Ma Salvatore non est insipiens! Bonum monasterium et aqui se magna et se priega dominum nostrum. Et el resto valet un figo seco. Et amen. No?» (p. 54)

 

Salvatore, un mostro che parla il linguaggio confuso del disordine primordiale, simboleggia il caos all'interno del perfetto ordine del cosmo monasteriale, con la sua lingua latina a tutti comprensibile e universale. (torna su)

La ragazza

Accanto all’atteggiamento ascetico, che disprezza l’amore carnale, e a quello mistico, che lo spiritualizza, esiste la dissolutezza, che lo degrada e lo mortifica. Nel romanzo è rappresentato dalla povera fanciulla contadina (p. 247 sg.) che si vende per un pezzo di carne al lascivo monaco Remigio. La ragazza muta – non sa il latino – appare ad Adso come la vergine del Cantico dei cantici. Adso crede di capire che le poche parole che la fanciulla gli rivolge in volgare significhino: «Tu sei giovane, tu sei bello…» (p. 247). La ragazza gli si concede, e anche da vecchio Adso non riesce a dimenticare la gioia indicibile che ha provato quella notte, anche se la fanciulla è morta sul rogo, bruciata come strega, da tanto tempo. (torna su)