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1.
Il
prologo
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Il
nome della rosa è un racconto-cornice, anzi il nucleo narrativo
centrale è racchiuso in più di una cornice. Funge da cornice
convenzionale l'io narrante, cioè l'anziano monaco benedettino Adso
che rievoca, dall'abbazia di Melk, gli «eventi mirabili e tremendi»
(p. 19) di cui è stato testimone in gioventù, nel 1327, come
assistente del francescano Guglielmo da Baskerville, in un'abbazia
dell'Italia settentrionale di cui si tace il nome. Il nucleo del
racconto è costituito per l'appunto da quei «terribili avvenimenti»
(p. 22).
La
parte introduttiva, o Prologo,
con la presentazione personaggi principali e del luogo
dell'azione, e con anticipazioni allusive e misteriose, prelude al
racconto vero e proprio. Il resoconto di Adso è motivato da ragioni
dalla ricerca della verità. Nella conclusione, la cornice è
ripresa in due fasi temporali diverse: dapprima Adso, in età più
avanzata rispetto all'epoca in cui si erano i fatti, torna sul luogo
degli eventi e, personaggio di una sorta di appendice narrativa,
quasi per ricreare un doppio minore della biblioteca scomparsa, ne
raccoglie amorosamente gli scarsi resti; poi l'autore, e per lui
Adso, torna alle motivazioni del manoscritto e ne dà una
interpretazione: «un centone, un carme a figura, un immenso
acrostico» (p. 503). Con la citazione finale (p. 503) delle parole
del monaco Bernardo di Morlay (Stat rosa pristina nomine, nomina nuda
tenemus: «della rosa
di un tempo solo il nome è rimasto»), la struttura si chiude, in
senso circolare, sul titolo del libro.
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2.
La prefazione
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La
cornice che delimita la storia centrale è a sua volta preceduta da
una prefazione a cui Eco ha dato un titolo meramente contenutistico:
Naturalmente, un manoscritto. A essa non corrisponde nessuna
ripresa conclusiva. Si tratta di una sorta di capitolo d'apertura
che rimanda alla situazione personale dell'autore e che si svolge
tra Praga e Buenos Aires, e dove si racconta la storia del
ritrovamento del manoscritto contenente le vicende di Adso. In
questa breve story, costruita
sugli elementi narrativi che Eco ha enucleato nella sua ricerca su
James Bond e che, nel suo inestricabile intreccio di love-story,
thriller politico, documentazione scientifica e
indagine è un vero e proprio rebus, l'indagine riguarda il
manoscritto. È facile risalire da Eco al Manoscritto trovato a
Saragoza (1803-15) del conte Jan Potocki, con la sua tecnica a
incastro, e ad Angélique (1850) di Gérard de Nerval, da cui
Eco ha ripreso non solo il nome dell'abate di Bucquoy, ma anche il
complicatissimo schema della trasmissione di un testo e il motivo
della biblioteca che occulta le opere custodite invece di renderle
disponibili. Un sorprendente parallelismo è dato anche da un
episodio annotato da Mircea Eliade nei suoi diari sotto la data 142-1947.
Sono solo alcuni dei molti esempi che si potrebbero citare a riprova
del procedimento a incastro adottato da Eco. Stavolta il gioco
consiste nel mischiare particolari veritieri, relativi a realtà
storiche e a testi citati, con dati totalmente inventati, sì da far
perdere l'orientamento anche al lettore più esperto.
Ciò
contribuisce a dare un'apparenza di veridicità alle affermazioni
contenute nella prefazione. Cominciano a sorgere dubbi quando
l'autore accenna a una Abbaye de la Source di cui si trova cenno
anche nelle storie più antiche di Parigi, ma solo come nome di una
strada. I dubbi si accentuano alla citazione della cosiddetta prima
edizione dei Vetera Analecta del 1721, citazione accompagnata da un'incerta data
di stampa, e soprattutto quando si fa espresso riferimento a Milo
Temesvar e alle sue opere. Questo intersecarsi di simulazioni e
riferimenti reali pone la prefazione in un ambito che sta tra la
documentazione storico-bibliografica e la storia immaginaria di un
testo. La cronaca del ritrovamento, della successiva perdita e della
ricerca dell'inquietante manoscritto non è altro che l'estrema
complicazione di un artificio sfruttatissimo, che è poi quello di
garantire la veridicità dei fatti.
I
preliminari sono anche un sussidio determinante per comprendere il
senso del romanzo. È sintomatico che i titoli delle opere
dell'inesistente Milo Temesvar contengano già il termine
Apocalisse e alludano all'uso degli specchi nel gioco degli scacchi.
L'accenno al libraio antiquario di Buenos Aires induce subito i
lettori smaliziati a indagare in direzione di Jorge Luis Borges, dal
quale Eco riprende sia la tecnica illusionistica dello scambio tra
realtà e finzione, sia il ricorso a libri immaginari
e a false note a piè di
pagina.
Anche
l'espressione-chiave «visioni di libri non ancora scritti » (p.
13), così come il momentaneo dubitare di episodi già raccontati
come esperienza diretta, annullano il confine che separa la realtà,
o meglio l'invenzione camuffata da realtà, dall'invenzione
pensata o sognata, o meglio ancora inventata, fornendo sin
dall'inizio una traccia interpretativa; anche se il senso pieno potrà
rivelarsi solo a lettura ultimata.
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3. Il nucleo narrativo centrale
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Nella
storia vera e propria Adso da Melk racconta le sue esperienze di
novizio, nel novembre del 1327, in occasione di un incontro tra una
delegazione papale e una delegazione imperiale. I problemi
sollevati dalla Regola di povertà francescana hanno provocato uno
scontro tra le diverse autorità, che cercano ora di pervenire a un
accordo. All'incontro assiste Guglielmo da
Baskerville, assistito
dal giovane scrivano Adso. Ma sulla relazione di Adso prevarranno
poi gli avvenimenti che si verificano nell'abbazia (vedi Il luogo
dell'azione). Il tentativo di compromesso ha esito negativo e le due
fazioni si separano in pieno dissidio.
L'azione
del romanzo si svolge in sette giorni, nel piccolo mondo chiuso del
monastero, dove il tempo è scandito dalla sequenza delle ore
liturgiche, a loro volta principio strutturale del testo. Queste
analogie evidenziano subito i molteplici rapporti e
rispecchiamenti tra i vari livelli del testo. La prospettiva è
quella dell'io narrante, cioè del vecchio Adso, e le delucidazioni
e aggiunte, le numerose anticipazioni che il giovane novizio, in
quanto testimone diretto, non avrebbe mai potuto fornire, innalzano
e mantengono il livello della tensione, senza che questa venga meno
fino alla soluzione del caso.
La
trama è costituita da un susseguirsi di morti, o per omicidio o per
suicidio. I monaci che trovano la morte sono sette. Dopo il quarto
decesso la delegazione papale cattura e sottopone a una sorta di
inquisizione alcuni monaci ritenuti colpevoli, anche e soprattutto
per scopi funzionali alle finalità che si propone di raggiungere.
Ma la serie dei morti prosegue. Alcuni monaci, dapprima sospettati
di essere gli assassini, diventano vittime essi stessi.
Col
tempo le indagini si concentrano sempre più sulla biblioteca,
anello di congiunzione tra i vari decessi. Si scopre che i crimini
commessi hanno qualcosa in comune: ogni monaco assassinato era
entrato in possesso, sia pure per breve tempo, di un libro, sempre
lo stesso, di cui si ignora tutto, e questo libro sembra essere la
chiave dei misteriosi delitti. La ricerca del libro e la incalzante
progressione con cui si giunge a identificarlo costituiscono una
delle parti più avvincenti del romanzo. Una prima volta il libro
compare materialmente sotto gli occhi di Guglielmo e del suo
assistente, ma non viene identificato come l'oggetto ricercato; in
breve, si ricorre a tutti i possibili elementi ritardanti per creare
suspense.
Lo
scioglimento della tensione si ha col ritrovamento e
l'identificazione del libro da parte di Guglielmo. Questi è in
grado di descrivere esattamente l'opera sconosciuta ancor prima di
toccarla, grazie alle sue capacità associative e alla conoscenza di
altri testi. Egli può così trarre deduzioni univoche sulla natura
del libro ricercato. Tuttavia non riesce a entrarne in possesso,
poiché il monaco Jorge, responsabile dell'azione criminosa, lo
incorpora letteralmente, cioè ne ingoia una parte e getta ciò
che resta alle fiamme. Il successivo incendio della biblioteca e la
distruzione apocalittica del monastero, non più necessari a
risolvere la tensione, seguono lo schema dell'Apocalisse, testo che
già in precedenza era apparso inadeguato come chiave di
decifrazione della catena dei delitti.
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4.
L'epilogo
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Che
la durata dell'azione sia
di sette giorni è un dato deducibile dalla struttura del testo. Se
riferito alla reale durata degli eventi intesi nella loro totalità,
il dato non è tuttavia esatto e deve essere precisato.
Il
tempo della narrazione va oltre i «sette giorni» della Genesi
biblica o dei miti babilonesi e sumeri della creazione, per i
quali tale durata ha un valore simbolico, in quanto nelle lingue
semitiche il termine «sette» racchiude, oltre al valore
numerico, anche l'idea di un tutto concluso e perfetto... il
carattere della totalità, e precisamente la totalità voluta e
ordinata da Dio. Eco impiega lo schema dell'opera compiuta in sette
giorni per sovvertirne il senso originario e descrivere
un processo di distruzione. Il sette, numero non a caso ricorrente
nell'Apocalisse ben si
adatta a sottendere quale sia il principio ordinatore di tale
processo dissolutivo. Il tempo che oltrepassa l'azione centrale non
poteva essere narrato nella parte caratterizzata dallo schema dei «sette
giorni». Perciò Eco ricorre a un capitolo finale, intitolato Ultimo
folio, che accoglie contenuti molteplici:
1)
La rovina del monastero viene descritta ulteriormente: esso brucia
ancora per tre giorni e tre notti.
2)
I personaggi principali
abbandonano il luogo degli eventi e si dirigono verso nord. Adso
ritorna a Melk. Il destino di Guglielmo rimane aperto, e Adso è
raggiunto anni dopo dalla notizia della sua morte.
3)
Adso ritorna dopo molto tempo sul teatro degli eventi e raccoglie
quanto è rimasto della biblioteca. Utilizzerà gli sparsi frammenti
per creare a Melk una sorta di biblioteca immaginaria.
4)
Nella ripresa finale il tema è quello della scrittura, dello
scrivere, e da qui il titolo Ultimo folio. Il vecchio Adso tenta di giudicare il proprio racconto
secondo una scala di valori.
La
molteplicità tematica del capitolo Ultimo
folio è analoga a quella del Prologo,
altrettanto ricco di contenuti diversi. L’inserimento della storia
principale fra una parte introduttiva e una conclusiva contribuisce
a mettere in evidenza l’intrigo poliziesco, concentrato nello
spazio di sette giorni. Le chiavi di interpretazione, vere o
apparenti, sono tutte nella cornice.
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5.
Il titolo
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Il
significato del titolo rimane incomprensibile per tutta la durata
della storia e si chiarisce solo con l'ultima frase: l'enigma vero e
proprio del libro, che si estende come un'arcata al di sopra
dell'elemento poliziesco, viene rivelato solo con la citazione
conclusiva.
Ma
un'arcata che si estenda per oltre cinquecento pagine non può
prescindere da alcuni puntelli. Cenni di richiamo, sia pure minimi,
fanno sì che la rosa non sia completamente dimenticata. A parte un
fuggevole accenno alle rose appassite su cui giace una reliquia
nella cripta della chiesa (p. 425), altri due passi, entrambi collegati all'esperienza amorosa di
Adso, propongono una più ampia correlazione semantica. Il primo è
la parafrasi del Cantico dei Cantici, al quale si
ispira l'episodio, il secondo riguarda la traduzione sintetica della
Sequenza della rosa di Alano di Lilla, dove la rosa viene
utilizzata come simbolo della caducità. Nel prosieguo del romanzo,
la Terza del quarto giorno, «Adso si dibatte nei patimenti
d'amore». La stretta connessione tra la rosa e il tema dell'amore
balza
all'occhio
anche quando viene trasferito in questo contesto il significato
della citazione di Bernardo da Morlay. La rosa del titolo è,
secondo il senso
dell'ultima frase, un nome senza oggetto, un significante senza
significato.
Se
della rosa rimane pur sempre il nome, anche se questa è
ormai sfiorita, la ragazza
di cui Adso si è innamorato
rimane invece senza nome. Ella resta oggetto della sua esperienza e
della sua segreta nostalgia, ma non viene mai elevata a persona;
l'ultimo atto della creazione, l'imposizione del nome, le è
negato. «Dell'unico amore
terreno della mia vita non sapevo, e non seppi mai, il nome» (p.
409).
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