|
|
|
1.
Il romanzo poliziesco
|
|
|
Del
romanzo poliziesco classico Il
nome della rosa possiede, è ovvio, la struttura dell'azione.
Si tratta di chiarire la ragione di un delitto; o meglio: un
investigatore dotato di una non comune perspicacia comincia a fare
indagini su una serie di omicidi. Anche il ripetersi di un delitto
è un topos frequente
nella letteratura poliziesca; nel nostro caso, però, le variazioni
delle modalità dell'atto criminoso dipendono dal contesto
intellettuale nel quale l'evento si svolge: infatti i decessi si
susseguono secondo la sequenza di eventi descritti nell'Apocalisse
di Giovanni. È un parallelismo ovvio, tanto più che il testo
biblico svolge nel romanzo, anche per altri versi, un ruolo
estremamente importante. Rientra comunque negli schemi del romanzo
poliziesco anche il fatto che alla fine tale parallelismo si riveli
un falso movente o una pista sbagliata, pur contribuendo in certa
misura a far procedere le indagini verso la soluzione.
Fa
parte ugualmente della tradizione poliziesca l'aver localizzato il
caso in un luogo circoscritto, in uno spazio chiuso e dai confini
netti, dal quale nessun personaggio si allontana finché dura
l'azione, e nel quale nessuno che viva all'esterno, anche se
passibile di sospetto, penetra. L'arrivo e la partenza della
delegazione papale è un'eccezione trascurabile, poiché una parte
dei crimini viene commessa prima e una dopo, anzi addirittura dopo
la cattura dei presunti colpevoli. Lo spazio limitato del monastero
medievale raffigura inoltre, in piccolo, l'immagine del mondo, è
un “microcosmo” nel quale si rispecchia la molteplicità del
macrocosmo. Non è dunque tanto la mescolanza di virtù sublimi e
timore di Dio, quanto un luogo di raccolta dei più svariati
caratteri umani, con le loro debolezze, i loro errori e vizi.
Altrettanto vasta è la scala dei moventi dei singoli omicidi: si va
dall'arroganza intellettuale all'insaziabile sete di conoscenza,
dalla gelosia alla volontà di nascondere fatti precedenti, fino
all'occultamento di rapporti sessuali fra i monaci. Nel monastero
come specchio del mondo si scontrano anche diversi sistemi politici:
il contrasto che oppone il papa all'imperatore emerge dal negoziato
tra le due delegazioni; le lotte interne alla chiesa si rispecchiano
nelle discussioni tra i monaci; il tipo di relazioni che il ricco
monastero intrattiene con i poveri paesani esemplifica le tensioni
sociali dell'epoca.
A
parte gli eventi legati alla delegazione papale, la costellazione
dei personaggi rimane immutata per l'intera durata dell'azione.
Mutano invece le relazioni col gruppo degli indiziati. Assumono
ruoli fissi Guglielmo da Baskervile, l'investigatore, e il suo
assistente Adso, che entrano nel microcosmo all'inizio della
storia (o meglio dopo il primo caso di morte violenta) e se ne
allontanano solo dopo la conclusione. Secondo lo schema Sherlock
Holmes/dr. Watson, i due personaggi hanno una funzione poliziesca
complementare: mentre Guglielmo costruisce per gradi il suo discorso
razionale secondo argomentazioni strettamente logiche, Adso giunge
più volte a soluzioni esatte tramite intuizioni e in maniera
assolutamente inconscia. La sua caratteristica più spiccata, in
quanto giovane interlocutore quasi si privo di esperienza e di
spessore intellettuale, chiaramente inferiore a Guglielmo, è
quella di stimolare quest'ultimo interrogandolo sul metodo
d'indagine seguito, sulle sue ipotesi e sui risultati ottenuti.
Ovviamente
il lettore partecipa alle riflessioni di Adso nella misura in cui
questi colma la propria mancanza di informazioni con le
delucidazioni di Guglielmo. La cronaca di un caso criminale riferita
dal punto di vista dell'assistente dell'investigatore è la
tecnica narrativa preferita, per esempio, da Conan Doyle. Essa offre
il vantaggio di non abbandonare il lettore all'ammirazione attonita
per le capacità superiori di un genio della criminologia, e di
indurlo a riconoscersi nelle domande spesso fuori luogo, o nelle
conclusioni frettolose, dell'assistente, nonché a identificarsi
con lui.
Altri
personaggi che svolgono un ruolo significativo sono fra coloro che,
prima o poi, verranno sospettati di omicidio. A seconda delle
ipotesi formulate da Guglielmo, il sospetto si sposta dall'uno
all'altro; alcuni provano la loro innocenza morendo. Guglielmo non
tarda a scoprire che la biblioteca, e in particolare un certo libro,
gioca un ruolo decisivo nei misteriosi omicidi; tuttavia per molto
tempo continua a brancolare nel buio, nonostante la perspicacia
addirittura esemplare che gli permette, all'inizio della storia,
di fornire una descrizione esatta del cavallo dell'abate o,
successivamente, di tracciare, in base a una minuziosa osservazione
dall'esterno dell'Edificio, la pianta del labirinto.
Il
rinvio della soluzione e il conseguente accrescersi del numero dei
morti vanno rapportati al falso movente, anche se la correlazione
tra i singoli omicidi e gli episodi dell'Apocalisse prospettano
soluzioni solo parziali, fatti che si verificheranno dopo. Questa
limitata prevedibilità, così come le anticipazioni fornite
dall'anziano narratore Adso creano archi di tensione che rimandano
la rivelazione delle circostanze reali. Come nel rileggere un buon
romanzo poliziesco, si può scoprire con quanta precisione vengono
inseriti nel testo gli elementi che consentono poi di spiegare i
fatti misteriosi. Per esempio una quantità di particolari che
accompagnano la citazione dei testi, che alludono al libro su cui si
indaga; ma si tratta di indicazioni non proprio finalizzate alla
soluzione del caso. Inoltre è lo stesso Guglielmo a trarre
conclusioni errate, portando il lettore su una falsa pista.
L'annerimento della lingua e dei polpastrelli di alcune vittime
suggeriscono a Guglielmo «... un gesto volontario, non casuale, non
dovuto a distrazione o a imprudenza, né indotto con la violenza»
(p. 267). Questo ragionamento, che fonde osservazioni esatte e
deduzioni sbagliate, e che contraddice gli indizi rivelatori, ha la
funzione di impedire la caduta prematura della tensione.
Allorché
Guglielmo scopre gli anelli mancanti nella ricostruzione dei fatti e
individua il vero responsabile, l'incontro con Jorge nel Finis Africae
diventa solo la dimostrazione conclusiva del suo acume
poliziesco, che in tal modo viene, dopo numerosi scacchi,
definitivamente confermato. L'ultimo dialogo fra i due grandi
avversari prepara certo la definitiva catastrofe, ma non prima che
il rapporto colpevole/investigatore sfoci in un'attestazione di
reciproco riconoscimento, con una dichiarazione di ammirazione di
ciascuno dei due, eroe e antieroe, per le capacità dell'altro.
Poiché essi rappresentano due posizioni ideologiche
inconciliabili, l'antieroe è destinato a soccombere, come in ogni
vero romanzo poliziesco. Comunque Eco va al di là dello schema
classico, coinvolgendo nella catastrofe finale sia il libro così a
lungo cercato, con le sue liberatorie riflessioni sul riso tanto
affini allo spirito dell'eroe, sia la biblioteca, simbolo più
concreto della sua ideologia scientista.
torna
su |
|
2.
Il romanzo del terrore
|
|
|
Contrariamente
al romanzo poliziesco, che almeno in parte si può definire in
rapporto alla sua struttura formale, quella dell'enigma, il romanzo
del terrore (o romanzo nero) è in genere definibile solo su basi
contenutistiche. Questo genere romanzesco tende a provocare reazioni
di tipo emotivo, mentre il romanzo poliziesco punta piuttosto a
provocare un confronto intellettuale e a stimolare la collaborazione
del lettore. Infatti nel romanzo del terrore é assente la figura
dell'eroe d'intelligenza superiore, che risolve il caso e trova una
risposta soddisfacente a tutti gli interrogativi. Inoltre il romanzo
nero non è caratterizzato tanto da una tensione progressiva, che si
scioglie solo alla fine, quanto dal susseguirsi di sempre nuovi
colpi di scena capaci di provocare sempre nuovi effetti
terrorizzanti. L’antecedente è nel modello che ha dato inizio al
genere, il romanzo gotico inglese della fine
del XVIII secolo.
Di
solito gli eventi hanno il loro teatro in una località indefinita e
misteriosa, lontana dalla vita normale, ritenuta, non si sa perché,
malsicura e paurosa: a causa, si afferma, dei fatti inspiegabili che
vi accadono. Si tratta di solito di antichissimi castelli, spesso
abbandonati o in rovina, di origine medievale e quindi “gotici”,
da cui la definizione inglese del genere letterario (gotic
novel). L'Edificio di Eco, le, cui origini si perdono in una
lontananza mitica (p. 36), richiama in pieno questo tipo di
scenografia.
Ma
non soltanto l'allusione a mitici «giganti» costruttori
dell'Edificio, la cui genericità si pone in stridente contrasto
con l'abituale precisione descrittiva, fa sì che sin dall'inizio la
costruzione sia sottratta all'ambito della razionalità; anche
l'invito successivo, di rivolgere ad essa un'attenzione particolare,
rafforza il sospetto di essere in presenza di qualcosa di
inconsueto. Neppure in seguito, quando al lettore vengono fornite
informazioni più precise, le oscurità sono rimosse; anzi, allorché
si viene a sapere che l'Edificio possiede almeno un accesso segreto,
queste oscurità si infittiscono. Altre occasioni per orchestrare
temi raccapriccianti sono la scoperta del collegamento sotterraneo
con la chiesa attraverso l'ossario situato al di sotto del cimitero
e quella del meccanismo inserito in un altare di teschi che permette
l'accesso a un passaggio catacombale. Il fatto che tale passaggio
sia noto solo a un numero limitatissimo di persone, serve a
mascherare il ruolo dell'Edificio. Sia la complicata pianta della
biblioteca a forma di labirinto sia i sofisticati effetti di luce e
le esalazioni di vapori narcotizzanti inscenati durante la notte
servono a produrre finte visioni fantasmatiche. Solo alla fine e
quasi per caso Guglielmo viene a conoscenza di un'altra scala
segreta, situata dietro una lastra tombale mobile, che conduce
direttamente al Finis Africae.
Questi
accessi e collegamenti, che non rispondono a nessuna logica
architettonica, permettono agli iniziati di entrare e uscire senza
essere visti, cosicché l'osservatore esterno non può mai sapere
chi si trovi all'interno. Essi rimandano ai passaggi segreti degli
antichi castelli e roccaforti. Anche il Finis Africae ha gli
stessi antecedenti: è raggiungibile attraverso una porta segreta
costituita da uno specchio deformante. Il messaggio cifrato che
insegna ad aprirla è scritto con un inchiostro speciale, normalmente
invisibile.
Tutto
ciò serve a creare la dimensione del mistero, dimensione rafforzata
via via dalla descrizione di personaggi sinistri, in possesso di
informazioni sulla misteriosa biblioteca del monastero: il cieco
Jorge; Malachia, che sembra uscito dalle pagine di un romanzo
inglese del terrore; il profetico Alinardo. Quest'ultimo fornisce
a Guglielmo l'indicazione decisiva a proposito di un'ingiustizia che
ha turbato molti anni prima la storia della biblioteca.
L'ingiustizia, perpetrata ai danni del candidato al posto di
bibliotecario, assume in Eco la stessa funzione che nel romanzo del
terrore ha spesso il crimine impunito, generalmente collegato a un
dissidio familiare. Nel romanzo del terrore hanno spesso importanza
rilevante le cronache, i documenti o le testimonianze riguardanti
la storia di famiglia; nella comunità monastica creata da Eco la
stessa rilevanza è assegnata al catalogo della biblioteca.
In
generale, la scelta del luogo e dei personaggi, resa obbligata dal
tema, non è nuova nel genere. Fin dall'Illuminismo ci si
compiaceva di smascherare l'ipocrisia dei monaci per sottolineare la
loro natura di malfattori; si diceva che l'Inquisizione tramasse
intrighi funesti e commettesse crimini segreti; si condannavano
apertamente gli interessi materiali della Chiesa. Ed è tipica dell'effettismo
di questo stile narrativo anche la descrizione particolareggiata,
quasi compiaciuta, dei raccapriccianti metodi usati negli
interrogatori e nelle punizioni.
In
modi diversi i motivi cui abbiamo accennato hanno a che fare col
tema del passato, per non dire della caducità: le conseguenze di
antichi eventi proiettano la loro ombra sul presente; altri eventi
vengono resi incomprensibili, sottratti alla razionalità
dell'intelletto, mistificati, a causa della distanza temporale; la
conoscenza è andata dispersa, chi sapeva non è più in vita.
Il
tema della morte è centrale e ricco di variazioni nella letteratura
del terrore. Ma la morte fornisce anche al romanzo poliziesco uno
dei suoi requisiti essenziali: la presenza di un cadavere. Solo che
nella letteratura poliziesca il cadavere è il punto di partenza
per la proverbiale domanda: «Chi è stato?». Nel romanzo del
terrore i cadaveri vengono invece attivati e trasformati in spettri
terrificanti, in apparizioni in cerca di espiazione e in pallide
figure che vagano tra le tombe, insomma in ogni possibile tipo di
disturbatore notturno della quiete pubblica. Al lettore tremante non
rimane che l'ansioso interrogativo: «Che altro combinerà?».
torna
su |
|
3.
Il romanzo storico
|
|
Anche
il romanzo storico è un tipo di romanzo definibile per il
contenuto. Tuttavia in esso non è determinante l'impiego di certi
materiali: fondamentale è semmai il loro rapporto con la realtà
storica. Mentre nel romanzo poliziesco non si pone il problema della
veridicità storica, e il romanzo nero vuole in parte far credere di
riferire avvenimenti reali, mirando all'effetto derivato dal divario
tra questa pretesa e l'esperienza di vita del lettore, premessa
indispensabile del romanzo storico è l'inserimento di una trama,
che può essere di pura invenzione, in una cornice realmente
storica. Perciò gli eventi storici e i luoghi dove si sono svolti
vengono descritti con la maggior fedeltà possibile. I personaggi
storici coinvolti agiscono come figure romanzesche, assumendo sia la
funzione di personaggi principali sia quella, se tale ruolo è
affidato a figure fittizie, di personaggi secondari o di contorno,
necessari comunque a sottolineare il colorito storico. Naturalmente
anche i personaggi di pura invenzione devono avere una loro
plausibilità storica. Ma anche in presenza della più accurata
documentazione e della più scrupolosa fedeltà alla fonte, lo
status di un personaggio storico è diverso da quello del
personaggio romanzesco: l'autore dovrà in ogni modo inventare molte
imprese e affermazioni attribuite al personaggio.
La
parte del romanzo di Eco assimilabile alla categoria del romanzo
storico appare considerevole già alla prima lettura. Sia i
retroscena politici sia quelli storico-culturali rimandano alle
reali condizioni del tempo. Alcuni personaggi sono pressoché
autentici, altri costruiti con sorprendente precisione su modelli
reali, altri ancora risultano storicamente attendibili, contribuendo
a creare un ricco e variato quadro dell'epoca. Si può risalire alle
fonti di una parte non trascurabile delle discussioni teologiche e
filosofiche, mentre gli argomenti svolti nei dialoghi derivano
spesso dai dibattiti culturali propri di quel periodo storico.
Talvolta
Eco devia, però, da questo principio di fedeltà storica, e non
solo nei singoli dettagli ma anche in situazioni di più ampio
respiro. Costituisce un'evidente infrazione delle tradizionali
regole di costruzione dei monasteri l'aver riunito cucine,
scriptorium e biblioteca in un unico edificio, e l'aver dato alla
biblioteca la forma del labirinto. È vero che labirinti dalla forme
più svariate sono documentati sin da tempi antichissimi; ma nella
storia della cultura non è noto alcun esempio di labirinto chiuso.
Sono libertà necessarie allo svolgimento della vicenda poliziesca,
che dimostra così di rappresentare il livello testuale superiore.
Analogamente,
per dare un esempio particolarmente pregnante di esecuzione
capitale, Eco si prende la libertà di modificare la data di morte
sul rogo di fra Michele, attenendosi però, nella descrizione, a una
cronaca dell'epoca. Ma l'aspetto che dà la misura di quanto Eco
si distacchi dalla fedele rappresentazione storica è dato
dall'introduzione di testi estranei. Infatti l'autore mette in
bocca ai suoi personaggi citazioni di autori di epoche molto più
tarde, addirittura del nostro secolo. Ciò è dovuto al suo concetto
di letteratura come summa di tutte le opere esistenti, e dimostra
come a Eco interessi soprattutto scrivere un romanzo secondo la sua
teoria.
È
bene non dimenticare che l'avvenimento centrale della storia,
l'incontro tra la delegazione imperiale e quella papale nel
monastero, non è documentato da nessuna parte. La riunione di tanti
personaggi più o meno storicamente veri è un'invenzione di Eco.
Anche alcuni temi di discussione non hanno una vera e propria
plausibilità temporale; si potrebbe obiettare che, in una comunità
monastica di cui si è sottolineato più volte il carattere
conservatore, non stupisce una disputa su problemi che fuori da quel
mondo tanto protetto e schermato erano già stati risolti, né
stupisce la presenza di monaci non del tutto aggiornati sulle
conoscenze più recenti. La conseguenza indiretta è comunque che
Guglielmo risulta, al confronto, particolarmente aperto, per non
dire “moderno”. Nel complesso l'immagine del mondo delineata nel
romanzo può forse essere letta come riferimento alla crisi generale
che caratterizzò la fine del Medioevo, e dalla quale scaturì una
nuova conoscenza. La tanto evidenziata controversia tra imperatore e
papa era nel XIV secolo, fondamentalmente, una battaglia di
retroguardia. Tuttavia il lieve spostamento cronologico è
comprensibile se si tiene conto del fatto che Eco ha voluto
rappresentare uno scontro tra avversari politici, interpreti di due
diverse ideologie.
torna
su |
|
4.
Il romanzo allegorico o "a chiave"
|
|
Mentre
la tipologia dei romanzi finora trattati è stata definita in base a
caratteri formali o contenutistici, la categoria del romanzo
allegorico o a chiave, leggibile a vari livelli, è legata
all'intenzione perseguita dall'autore.
Anche
se maschera sotto nomi e circostanze fittizi avvenimenti, persone e
luoghi reali, egli vuole che il lettore accorto possa svelare il
trucco, decifrare le sue intenzioni. Le forme di romanzo fin qui
esaminate possono contenere messaggi cifrati. Ciò si verifica
spesso nel romanzo storico, in quanto esso offre una possibilità di
evasione da un presente considerato criticabile, che però l'autore
non può rappresentare in forma negativa per non cadere vittima,
come è accaduto in certi periodi storici, della censura. Rifugiarsi
nel passato è una misura di sicurezza grazie alla quale, col
pretesto di stigmatizzare i mali di epoche cronologicamente lontane,
si prende posizione sulla situazione presente. È il procedimento
adottato, per esempio, da Alessandro Manzoni in I
promessi sposi.
In questo caso, però, l'analogia tra la situazione descritta e
quella sottintesa è limitata, mentre nel romanzo a chiave vero e
proprio le componenti decisive della storia narrata sono
sostituibili con altre, corrispondenti al significato voluto
dall'autore.
I
testi allegorici in forma di romanzo a chiave contengono in genere
indicazioni che suggeriscono al lettore l'esatta interpretazione.
Sono proprio questi ausili interpretativi che creano nel nostro
caso alcune difficoltà. Risale a Eco stesso la responsabilità del
fatto che il suo romanzo sia stato immediatamente recepito come
messaggio cifrato sulla situazione politica dell'Italia degli anni
Settanta. Ripetutamente egli ha affermato, in alcune interviste, di
aver scritto Il nome
della rosa sotto lo shock del “caso Moro”, e di avere
per così dire toccato con mano l'impotenza degli intellettuali
nella situazione politica d'oggi. Questa sensazione d'impotenza, di
impossibilità a intervenire sul presente, può aver indotto Eco a
scrivere un romanzo sullo scontro tra gruppi irrazionalisti, e sul
tentativo, destinato a fallire, di combattere l'irrazionalismo da
parte di un rappresentante del pensiero logico. Il parallelismo tra
l'azione del romanzo e le condizioni italiane è d'innegabile
evidenza. È anche vero che la stessa analogia può essere
individuata in ogni epoca, giacché il confronto tra tendenze
razionali e tendenze emotive non ha mai trovato una soluzione
soddisfacente. Tuttavia appare assai problematica una correlazione
più precisa tra elementi testuali e fattori politici del presente
italiano. Ovviamente si possono accostare i dolciniani alle Brigate
rosse, i francescani ai comunisti, i benedettini alla Democrazia
cristiana, o, secondo alcuni critici, a taluni gruppi
multinazionali. Ma con ciò si esaurisce la possibilità di
un'equazione tra Medioevo e attualità.
Così
come la lettura politica è stata indotta da Eco, lo stesso Eco può
essere ritenuto responsabile del rifiuto di una tale
interpretazione, se si deve credere a ciò che afferma alla fine
della prefazione (Naturalmente,
un manoscritto): «Trascrivo senza preoccupazioni di
attualità» (p. 15).
Così
dicendo Eco oppone un chiaro rifiuto a qualsiasi lettura del romanzo
in chiave attualizzante, in modo da non accomunare il suo testo alla
cosiddetta letteratura d'impegno politico. E più avanti egli prende
inequivocabilmente le distanze dalla letteratura degli anni
Sessanta e dalla sua pretesa di cambiare il mondo, affermando che
l'unico impulso che muove l'uomo di lettere, restituito alla sua «altissima
dignità», è il «puro amor di scrittura» e il «semplice gusto
fabulatorio». La chiusura è una lode alla vittoria della ragione
illuminata che ha sopraffatto i «mostri», vale a dire gli
inspiegabili avvenimenti descritti nel romanzo.
Secondo
come si legge la conclusione della premessa, le affermazíoni ivi
contenute possono avvalorare sia l'una che l'altra interpretazione.
Il lettore, che all'inizio viene indirizzato su una certa pista e
indotto a una lettura polisensa, si perde poi nel dedalo delle
possibili relazioni, preferendo infine prendere in parola
l’”editore”. Naturalmente acquisisce anche la consapevolezza
di essere coinvolto in un gioco complicato, fatto di segnali
interpretativi che vengono poi smentiti. È una caratteristica
ludica, presente variamente nel romanzo. Lo stesso impiego di un
vasto registro di procedimenti narrativi ha qualcosa di ludico,
giacché il ricorso alle diverse tipologie del romanzo non ha una
vera e propria coerenza, ma si configura come citazione voluta e
introdotta con piena consapevolezza. Ecco perché il romanzo appare
studiato, artefatto: un sofisticato gioco narrativo che ricorre, per
creare un'opera moderna, a materiali tradizionali.
torna
su |
|
|
|
|